Cinema

Tutto il cinema in un fiore: La flor (Mariano Llinàs, 2018)

Certo, se decidi di fare un film di 14 ore suddivise in 6 racconti diversi, di cui solo uno si completa, mentre gli altri non hanno un finale o non hanno un inizio, realizzato nel corso di molti anni è chiaro che ci sia un intento teorico dietro, ma quello che conquista di La flor, il fluviale film di Llinàs, è la sua pratica, le sue scelte di cinema e di scrittura, il suo amore incondizionato proprio per l’atto del racconto filmico.
Le sei storie che compongono questa “serie” di film, come la definisce lo stesso Llinàs, sono innanzitutto sei studi sui generi cinematografici, l’orrore di serie B, il mystery complottista, il melodramma, la spy-story, il meta-cinema, il fantasy, il remake (di Una gita in campagna di Renoir), il diario; Llinàs però non si limita agli esercizi di stile, ma coltiva le radici della narrazione per vedere i frutti che ne spuntano, per ampliare sempre di più gli orizzonti e le possibilità di una sceneggiatura, godendo di ogni singola diramazione, comunicando allo spettatore il gusto della fantasia, dell’invenzione, della deviazione sempre più spericolata e per questo sempre più convincente.

Evidentemente, il nume tutelare di tutta l’operazione è Jacques Rivette, per la durata imponente del film (il francese con Out 1 ha sfiorato le 13 ore, divise in 8 parti), per la passione profonda per il femminile e le sue molte sfumature, ma soprattutto per la sua essenza misteriosa, fantastica e ludica, come se Llinàs non volesse solo vedere fino a che punto può spingersi la libertà di una storia, ma anche sondarne gli abissi, sottolineare come l’occulto e l’esoterico siano alla base del gesto stesso della narrazione, così come lo sono del mondo. Il titolo diventa subito un’immagine, il disegno che dovrebbe definire la struttura dell’intero film, ma anche l’obiettivo di Llinàs: partire da un seme e farlo fiorire, costruendo strutture e impalcature sempre più spericolate e mastodontiche per il gusto di farlo, di lasciare a bocca aperta chi guarda, di portarlo in punti e posti impensati e di lasciarlo lì, per poi ricominciare un’altra storia, un altro viaggio ancora più monumentale. Llinàs però non si limita solo a questo gusto sfacciato nella scrittura, ma nella seconda parte manipola anche il linguaggio visivo, per larghi tratti trasparente come se anche la macchina da presa rimanesse abbacinata dalle storie e dalle meravigliose attrici: i tempi si dilatano, l’azione concitata e le indagini si alternano a contemplazioni impreviste, la scrittura e l’invenzione si mescolano a improvvisazione e strappi di verità impreviste, oppure l’immagine digitale, povera e fredda, diventa un raffinato bianco e nero oppure una visione deformata come in Sokurov. La flor è una delle più testarde, assurde, intempestive e trascinanti dichiarazione di amore per il gioco del cinema, anzi per il cinema come gioco, come rapporto di sfida tra chi guarda e chi compone immagini, suoni ed eventi, un supremo atto di fiducia in ciò che un film può essere.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...