Cinema

Monsters in a Cage: Il colore venuto dallo spazio (Richard Stanley, 2019)

La vera difficoltà quando si tratta di adattare Lovecraft sta nell’immaginazione, nel riuscire a ricreare quello che lo scrittore non faceva trapelare, non le immagini ma l’atmosfera. Il colore venuto dallo spazio è pura atmosfera, puro colore che evoca malessere e prende possesso degli esseri umani, che arriva su un meteorite e agisce distruggendo ciò che lo circonda solo attraverso la presenza: non porta mostri con sé, ma li crea. Per questo fa piacere che a portare il racconto omonimo sullo schermo sia un visionario senza compromessi come Richard Stanley, assente dal lungometraggio di finzione da più di 27 anni.

Perché Stanley sa come concepire l’orrore e l’inquietudine prima che la paura, sa dare corpo al mostruoso inconscio, sa utilizzare i cromatismi e gli effetti video artigianali per strappare di dosso le certezze percettive dello spettatore, giocando allo stesso tempo tra sperimentazione estetica, esistenzialismo macabro e horror corporeo, lasciando lo spettatore su un abisso tanto inconoscibile quanto prossimo. Ecco perché la presenza di Nicolas Cage stona per gran parte del film, perché rompe quel tono volutamente precario, sposta il gioco con lo spettatore dentro il vortice goliardico in cui l’attore è caduto e che è lieto di sfruttare. Non è il delirio di cui si fa portatore a essere un problema, ma l’orlo del grottesco che diventa sempre ridicolo: che va bene in un film deprecabile come Mandy, meno forse in questo.

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