Cinema

Galveston (M.Laurent, 2018)

Ampliare lo spettro dei colori del noir. Al di là del gioco di parole, sembra questo l’obiettivo di Mélanie Laurent al suo primo film in lingua inglese, Galveston. Sarà probabilmente una banalità, ma in una storia che segue un modello tipico e un po’ usurato – quella della damigella in pericolo, ossia prostituta dal cuore d’oro, e del duro che cerca di salvarla non prima di aver combinato un casino che lo “condanna a morte” – la regista dà il primo indizio della sua presenza proprio nelle note di colore acceso che punteggiano le immagini curate da Arnaud Potier.

I vestiti indossati da Elle Fanning, gli oggetti di scena, i toni della fotografia, il rifiuto di chiudere l’immagine in un’oscurità compressa e poco contrastata tipica del modo contemporaneo di intendere il noir. Valga come esempio True Detective che con Galveston condivide l’autore dello script, Nic Pizzolatto (che si firma con lo pseudonimo Jim Hammett, secondo indizio della presenza autoriale di Laurent che ha stravolto il copione secondo la sua visione): dove lì i toni lugubri dell’immagine racchiudevano una narrazione claustrofobica, qui la regista cerca una via di fuga allo sguardo che dia fiato al racconto, a tutto il determinismo sociale ottocentesco, addentrandosi nel racconto sentimentale, nell’intimità della (ri)costruzione di una famiglia senza negarsi il piacere del cliché di genere (l’ineluttabilità del destino, le caratterizzazioni, la violenza) ma cercando di portarlo altrove. Cercando di liberarsi dai meccanismi del genere, senza stravolgerli, il film paga pegno proprio quando le dinamiche del noir si prendono il loro spazio, ma mi bastano gli attimi di intesa tra Elle Fanning e Ben Foster, l’uso della musica “incongrua” nelle scene chiave, il dolente sotto-finale per pensare che uno sguardo diverso – femminile o altro – al genere possa servire come il pane.

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