Cinema

1917 – Sam Mendes

George MacKay as Schofield in “1917,” the new epic from Oscar®-winning filmmaker Sam Mendes.

C’è una sequenza che mi pare emblematica di 1917: verso la fine, il protagonista è dentro le trincee amiche e e deve arrivarne al capo opposto per consegnare un messaggio fondamentale che impedirebbe ai suoi compatrioti di finire in un’imboscata. Anziché approfittare della tregua delle bombe per uscire dalla trincee e correre in campo aperto fino al generale, resta dentro il fossato e lo percorre controcorrente, solo per creare tensione. Quando questa, caricata anche dalla musica, arriva al diapason in concomitanza con le bombe nemiche, il soldato esce dallo scavo e corre rischiando di morire, aumentando la tensione e rendendo possibile il compimento della missione. Tutto ciò che accade e che si vede nel film di Sam Mendes è in funzione dell’effetto verso lo spettatore, un continuo escamotage per attirare la sua attenzione.

Conta solo il meccanismo ed è evidente fin dalla scelta registica: due enormi piani sequenza acrobatici, virtuosistici, instancabili, a tratti ipertrofici che costringono tutta la truppe a vivere in funzione dei movimenti di macchina, del meccanismo (appunto) cinematografico. L’uomo e il senso intimo e personale di un racconto dedicato al nonno spariscono (per riapparire negli ultimi 5 minuti) per lasciare spazio alla macchina, sia da presa, sia in senso produttivo filmico. È una scelta, discutibile e coerente: ma cosa dice questa scelta del tema scelto da Mendes? Adottando lo scheletro dell’avventura (e quindi della fiaba), il grado zero della narrazione e della drammaturgia per realizzare uno spettacolare film d’avventure, Mendes subordina tutti i discorsi intorno alla guerra al gioco dell’azione: ma così facendo toglie anche alla guerra e alla sua rappresentazione ogni forma critica. Quindi così come la missione (e il meccanismo, di nuovo) domina su tutto, così il soldato abbassa la testa ed esegue, il militarismo e il senso di appartenenza non viene mai messo in dubbio, il protagonista è un ingranaggio che ha il compito di muoversi senza pensare e con lui (ma passivamente) lo spettatore. Fare paragoni con Dunkirk o ancora meglio Salvate il soldato Ryan sarebbe qui troppo lungo, ma sarebbe produttivo: di questi, 1917 conserva il senso di un’esperienza filmica all’ennesima potenza. Solo che in quelli era un mezzo, qui resta il fine.

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