Cinema

L’età giovane (Le jeune Ahmed, Jean-Pierre e Luc Dardenne)

Ci sono Rossellini e Bresson accostati spesso al nome dei fratelli Dardenne. Per le scelte di stile, di sguardo, di economia di mezzi stilistici e narrativi, per asciuttezza retorica. Trovo anche, ed è meno frequente la riflessione, per il loro rapporto disinvolto e informale ma pregnante con il sacro, con il senso del mistero laico e religioso: in L’età giovane questa sensibilità diventa esplicita perché racconta di un ragazzino che si radicalizza sempre di più nel proprio islamismo tanto da pensare di voler uccidere l’insegnante che ha, nei confronti del Corano, una posizione considerata blasfema.

Il mistero della fede – in Dio, nel potere assoluto della sua parola, ma anche nell’autorità che la veicola – e quello dell’amore possono tutto: possono tramutare in assassino un bambino e in uomo un assassino. I Dardenne giocano su questo costante spiazzamento tra ciò che vediamo, ciò che ci appare e come quel mistero lavora nel profondo: Ahmed non è il tipico adolescente arrabbiato e tenebroso, prossimo alla violenza, di innumerevoli film a tema, è dolce, dallo sguardo ancora infantile e dal corpo non ancora sviluppato, goffo e tenero nelle movenze. Questa costante verifica dello sguardo e dell’empatia dello spettatore nei confronti di un figlio, questo scontro tra ciò che è e ciò che vuole fare, vive grazie a una regia implacabile: Ahmed è presente in ogni inquadratura, spesso al suo centro, non lascia scampo allo spettatore che deve aggrapparsi al poco spazio lasciato a chi gli sta intorno. Chi guarda deve confrontarsi costantemente con le ragioni di chi è guardato e con il mondo che quelle ragioni creano o distorcono.
E il finale tacciato di sbrigativo moralismo o facile sentimento, è apprezzabile solo in virtù dell’impossibilità di razionalizzare quel mistero che i Dardenne prendono a metro. Alla faccia del presunto razzismo, una bella lezione di morale dello sguardo e di etica della regia.

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