Cinema

La commare secca – Bernardo Bertolucci (1962) #Venezia76Classici

A vederlo in filigrana – ma nemmeno troppo – La commare secca è un film su un allievo che sgomita per non farsi sovrastare dal maestro. Bertolucci cerca di imporsi attraverso le immagini e lo stile sulla sceneggiatura di Pier Paolo Pasolini e su quell’immaginario che pare arrivare dritto da Una vita violenta (1959): l’indagine sull’omicidio di una prostituta diventa il racconto del mondo sottoproletario attraverso i personaggi che attorno alla donna sono gravitati, che potrebbero aver visto qualcosa, che potrebbero averla uccisa.

L’impianto giallo si scioglie in uno sguardo più direttamente sociale anche grazie alla struttura del racconto, vagamente debitrice a Rashomon di Kurosawa, ma l’interesse odierno del film è proprio nel modo in cui il regista all’esordio cerca di far sentire la sua presenza: ogni sequenza, ovvero ogni flashback del diverso interrogato oppure il punto di vista della vittima che lega tutto con la sua malinconia, presenta uno stile diverso e un differente modo di raccontare nell’uso della macchina da presa, del montaggio, della musica. Soprattutto, a sancire la modernità del film anche oggi e la sua emancipazione dall’egida pasoliniana, c’è la luce, l’illuminazione delle scene (opera di Gianni Narzisi), l’utilizzo dei visi – più eleganti ed esistenziali rispetto all’iperrealismo del Maestro – e il modo in cui vengono ripresi. Elementi che suggeriscono le avvisaglie del grande autore che sarà.

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