Cinema

Sono strana gente (Michael Powell, 1966) #TFF36

Com’è il sogno australiano? Esiste? Per Michael Powell è come il sogno americano, ma adattato a usi e costumi del nuovissimo mondo: un emigrato arriva e cerca di adattarsi, partendo dal basso e da lavori umili, per poi trovarsi una donna e comprare della terra su cui costruire una casa mentre si è perfettamente integrato. Sono strana gente è un’utopia vestita da commedia in cui Walter Chiari è un italiano che dovrebbe fare il giornalista ma finisce a costruire muri e impastare calce prima di capire come funzionano le cose. 

Si fatica a pensare che il regista del film non sia italiano, tale è l’empatia che crea con il personaggio di Chiari ed è interessante il modo in cui Powell (con Pressburger alla sceneggiatura sotto pseudonimo, Richard Imrie) si vesta di panni nazionali sempre nuovi, il modo in cui sembri staccarsi dalla britannicità del suo cinema: Chiari sembra una sorta di Jerry Lewis che deve adattarsi a una realtà ostile (l’uso della musica in questo senso lo sottolinea) e il modo in cui il film vuole appartenere a identità nazionali diverse lo rende al tempo stesso apolide e globalizzato, seppure in modo sottilmente ironico come le canzoni “patriottiche” che aprono e chiudono il film inneggiando alla birra e al maschilismo lasciano intendere. Un’opera curiosa, più che riuscita: è uno strano film, ma con un paio di momenti (la presentazione della fidanzata perbene agli amici operai) molto efficaci. 

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