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Rovazzi: dal virale al vegetale

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(pubblicato sul numero 1 di SediciNoni)

Non fu Andiamo a comandare il principio, ma fu l’exploit più rumoroso. Da quel momento in poi l’ascesa di Fabio Rovazzi è inarrestabile e la conclusione normale è stata il cinema: il 18 gennaio infatti è uscito nelle sale Il vegetale, film scritto da Gennaro Nunziante (il regista di Checco Zalone). Sembrerebbe l’ennesimo caso di youtuber e webstar che dagli smartphone cerca l’approdo sul grande schermo, ma è un caso un po’ diverso. Perché Rovazzi è un personaggio diverso dai Willwoosh o The Jackal. 

Finora infatti quasi tutti i personaggi del web che hanno avuto l’onore di avere un film tutto loro, erano performer, comici o cose simili, ovvero personaggi che utilizzavano YouTube come prima piattaforma per approdare altrove: in tv, a teatro o al cinema. Willwoosh dalle parodie con parrucche e la web-serie Freaks agli sfortunati film al cinema o all’ancora meno probabile serie tv su Rai 1 Baciato dal sole; The Jackal o The Pills dagli sketch sul loro canale Youtube alla tv e poi al cinema (con Addio Fottuti Musi Verdi e Sempre meglio che lavorare); perfino Favi J che su YouTube gioca ai videogiochi punta – così come gli altri gamer coinvolti, e i gamer in generale – sulla sua performance mimica e vocale, più che sul talento nel giocare, sulle reazioni al gioco, sull’intrattenere. 

Ma Rovazzi no. O almeno lo ha fatto in modo diverso. Perché anche lui “nasce” come fenomeno sul web, su Facebook in particolar modo, grazie alla capacità di far ridere il pubblico e il suo target giovane, ma è molto differente l’uso che Rovazzi ha fatto del medium. Non un mezzo, come la parola farebbe supporre, ma il fine: perché a Rovazzi la battuta, la gag, la rappresentazione comica, l’essere o attore o personaggio interessava poco, ma gli è sempre interessato il video e il social networking, girare, montare e condividere. E lo ha fatto fin da ragazzino in maniera autodidatta e professionale, andando fino a Miami per lavorare nelle discoteche a 70 dollari la serata. E quando è tornato ha deciso che i video buffi che girava nella sua cameretta sarebbero finiti su Facebook. E siccome quando sei un  vero nerd, come si è sempre auto-definito, sai perfettamente come far combaciare il mezzo e il messaggio quei video divennero virali. 

Quello è l’alveo in cui Rovazzi si è sempre mosso: la viralità. I suoi primissimi video risalgono alla fine del 2014 e lo vedono in situazioni quotidiane che si rivoltano in surrealtà o non-sense, quel nulla che fa ridere perché svela quando portato all’eccesso la ridicolaggine del vivere: una sorta di Seinfeld (se è lecito il paragone) post-adolescenziale dei nostri telematici giorni. Ma la sua carta vincente agli inizi sono stati gli amici con cui girare i video: Clapis e Francesco Sole, personaggi in fortissima ascesa 3 anni e mezzo fa che non solo davano credibilità a Rovazzi, ma ne potevano moltiplicare la portata virale. E così sempre più ragazzi si accorgono del suo umorismo istantaneo, veloce, che gioca sulla brevità e velocità, schiaffi comici al posto di gag a cottura lenta e soprattutto basato sulla realtà aumentata dalla cassa di risonanza social: una delle sue serie più riuscite è Se i commenti su Facebook fossero reali in cui con toni da Black Mirror di Lambrate in chiave comica si mettono in scena i modi dire cresciuti sui social network e cosa accadrebbe se fossero veri: per esempio un “ahahahaha muoio” di fronte a un video buffo decreta la morte del commentatore; “mi fai piegare” non intende le risate, ma un ragazzo che resta bloccato a metà e così via. Puro umorismo visivo, declinato per i social media, cresciuto attraverso i social media, mentre gli altri suoi competitor cercano di portare il cabaret, il teatro comico o altro sui social media.

Questa comica viralità un po’ istintiva e un po’ studiata viene notata da J-Ax e Fedez che prendono il ragazzo sotto la sua ala, lo aiutano a coltivare la sua aura di personaggio, giocano sul suo viso molto poco accattivante e “normale”, sul contrasto tra sguardo attonito, fisicità segaligna e reazioni improvvise. Lo coinvolgono in Sorci verdi, il programma di Rai 2 con J-Ax, in cui fa ciò che sa fare utilizzando però il mezzo televisivo al posto di quello web: parodie come Cambio droga (versione stupefatta di Cambio cuoco), pezzi di satira come La televisione italiana però non funzionano come le pillole di Instagram e Facebook, non è il suo campo da gioco pur praticando lo stesso sport. E allora ecco il colpo di genio dei tre sotto l’egida Newtopia, la casa di produzione di J-Ax: la musica. 

Il 28 febbraio 2016 esplode su YouTube Andiamo a comandare, il suo primo brano che è già una dichiarazioni d’intenti e che sarà il primo singolo a vincere il disco d’oro senza esistere fisicamente, solo attraverso lo streaming su Spotify e YouTube (a oggi più di 151 milioni di visualizzazioni il video) e che parte da uno dei modi di dire dei giovani che si credono trasgressivi e duri, i seguaci della “thug life” che Rovazzi irride con un pezzo tra dubstep e trap in cui prende in giro la pigra normalità che vorrebbe travestirsi da follia, da cattiveria di strada. Il trattore in tangenziale e i selfie mossi diventano un tormentone immediato: la canzone è orecchiabile e perfetta per entrare in testa e farsi ballare ma è il video che fa la differenza. Estetica da gangsta e auto-ironia, non-sense sonoro e fisico, come se la canzone fosse uno sketch comico scritto appositamente per la gag visiva (la reazione che Rovazzi ha quando sente il riff elettronico, un movimento scombinato e insensato che tutti ripetono con effetti esilaranti). E l’autore è anche attento a raccontare, perché ormai lo storytelling è tutto, non una storia (che youtube è il posto delle parole più che degli intrecci), ma una “mitologia” ovvero un legante che possa posizionare i suoi futuri video – non solo musicali – dentro un universo visivo e “semantico” preciso. I cameo di J-Ax e Fedez garantiscono, la struttura stessa del video sembra volersi comporre come una delle sue serie su Facebook: variazioni sul tema. 

Il 2 dicembre dello stesso anno arriva Tutto molto interessante (130 milioni di vews), che fin dal titolo coglie un altro modo di dire virale e che si concentra sul social network del momento: Instagram di cui la canzone, che musicalmente è più melodica, più aperta a un pubblico non solo adolescente (come chiede anche Fabio De Luigi a inizio video che a fine video mostra il target della canzone: i neonati) ma anche più ritmica e trascinante nel ritornello. E del social esclusivamente fotografico, il brano è una fenomenologia satirica pensata proprio per la parodia visiva (i filtri con le facce buffe, le pose, i meccanismi) che Rovazzi arricchisce però di altri elementi che lo rendono incredibilmente “condivisibile” capace di dare uno smalto personale agli elementi ricorrenti della goliardia facebookiana: su tutti, l’utilizzo geniale di Enrico Papi, che con i reperti di Sarabanda e le sue prove auto-derisorie poi (anche su lui, si potrebbero scrivere dei saggi) è diventato un culto trash dell’era dei social, nel ruolo di censore delle parolacce con il ritornello “aspetta che ti mostro il cazzo che me ne frega”  (un altro tormentone web, che Rovazzi ha anche ritratto nella variante “vastità” nel suo video su Facebook Come risolvo i problemi di coppia) in cui la parola incriminata è cancellata con un colpo di tromba suonata dal presentatore. 

Quello che interessa è come nei video Rovazzi mescoli l’iper-produzione musicale e visiva, con effetti speciali notevoli (la discoteca che esplode mentre Rovazzi fa il dab), con la casualità quasi istintitva e improvvisata del suo personaggio, del suo modo di mettersi in scena. E questo mix esplode con il terzo singolo: Volare (uscito il 19 maggio ’17, poco meno di 100 milioni di views) è di fatto il terzo capitolo di una trilogia, a suo modo un kolossal che continua l’auto-riflessione comica di Fabio sul suo successo. Video di 6 minuti e mezzo, struttura da action-movie, sceneggiatura perfettamente calibrata sui paradossi della canzone (il successo e l’odio, i vecchi e internet) e sul nonsense del titolo che è, ovviamente, un modo di dire social qui portato alle estreme conseguenze (come nei video sui commenti di Facebook). E poi il featuring definitivo, l’unico uomo che è impossibile odiare, come dice Maccio Capatonda nel prologo: Gianni Morandi, che su Facebook, con le sue foto scattate da Anna ha superato il concetto di meme diventando il simbolo di un modo di usare i social network che si potrebbe definire new sincerity, a confronto con il mondo giovane, la socialità forse più cinica dei tempi attuali (come il riciclo creativo di “Saluta Andonio”).

L’approdo in Serie A, che non poteva passare per il cinema e per la ridefinizione di un personaggio post-adolescenziale a buon esempio per le famiglie: a quello punta Il vegetale, prima prova senza Checco Zalone per il regista Gennaro Nunziante. Ma se sarà riuscito a riuscire dove tutti hanno fallito, è un’altra storia.

P.S. Non ci è riuscito

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