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L’estasi e una pesca

Tra l’estetica borghese e la materia carnale della frutta, Guadagnino illustra il sesso


Una delle scene più erotiche della storia del cinema ha al centro un limone. In Atlantic City, USA di Louis Malle (1980), Susan Sarandon entra in cucina, di spalle rispetto alla macchina da presa va verso il lavello. Prende un limone e lo taglia in due, si abbassa le spalline della maglietta e poi, spremendosi il limone tra le mani si lava il seno, con cura e un pizzico di voluttà, mentre dirimpetto, Burt Lancaster la spia dietro una veneziana. Luca Guadagnino in Chiamami col tuo nome ha scelto un altro frutto per raccontare la sessualità: una pesca. Che di per sé ha tutta una serie di connotazioni sensuali ben precisa: secondo i cinesi, il pesco e il suo frutto sarebbero simboli di matrimonio, la morbidezza della sua buccia indica una pelle particolarmente soffice e piacevole da accarezzare, la forma del frutto è usata per richiamare le rotondità femminili sia anteriori che posteriori, la sua succosità richiama l’organo femminile, tanto che la posizione del kamasutra in cui la donna è seduta sopra l’uomo si chiama appunto ‘pesca’.

Guadagnino sceglie la pesca anche per una questione ambientale, visto che il suo racconto di formazione bisessuale è ambientato d’estate, nelle ville dei laghi nordici durante la metà degli anni ’80. E l’ambientazione è molto importante nel definire il contesto e il senso dell’intero film, nel definire il contrasto — molto armonico, mai conflittuale, anzi quasi esaltante — tra la bellezza classica dell’arte che circonda il protagonista Elio (Thimothée Chalamet) in una villa settecentesca con marmi, statue, libri pregiati, con una famiglia immersa nella cultura e nella ricerca estetica e l’attrazione, anche qui classicheggiante, con Oliver (Armie Hammer), un uomo più grande ed esperto, attratto dal mix tra intraprendenza e imbarazzo del giovane. Il sesso e la voglia di goderne quando può, con chi può, così essenziale alla crescita di un diciassettenne, nascono nel film proprio dall’incontro tra la vitalità e il decadentismo culturale, tra Bigas Luna e Luchino Visconti, tra l’idealità classica e la concretezza della natura.

È un contrasto fertile che sboccia con evidenza filmica e simbolica nella scena, appunto, della pesca, a 3/4 circa di film e apre la sequenza fin dalla prima delle poche inquadrature. Elio è su un materasso, in una specie di stanzino in cui si rifugia nei pomeriggi estivi, con radio, libri e i suoi pensieri. Sta leggendo un vecchio libro, la radio trasmette un brano dei Pooh, sul letto c’è la pesca. Fino a questo momento, Elio ha scoperto le gioie della seduzione e della sessualità con una ragazza che vive nei pressi, ma da poco ha cominciato a provare attrazione — ricambiata — per Oliver, uno studente del padre. Posa il libro e cambia stazione radio, dai Pooh si passa a Radio Varsavia di Franco Battiato a ristabilire il contatto tra alto e basso. Basso inteso come istintivo. E da sdraiato, Elio afferra la pesca, ha lo sguardo un po’ perso verso il sole esterno mentre la maneggia. Il pensiero, l’estate e il contatto con il frutto accendono Elio di un desiderio. Il primo stacco della sequenza, finora tenuta su una sola inquadratura è il primo piano della pesca, delle dita di Elio che su di essa si muovono, carezzandola e cercando un varco. Un’immagine carica di desiderio, che erompe quando l’indice del ragazzo entra nella pesca dal suo incavo, in cima, facendo uscire le prime gocce di succo che gli cadono sul petto. Cerca con un certo furore — tornando all’inquadratura precedente — il nocciolo, lo pulisce e poi lo getta e continua a giocare con quella pesca, la tocca, ne sonda la cavità con la mano, la sfiora con le labbra e la lingua, la passa sul corpo. È inevitabile che si finisca sui pantaloni. Con la mano apre la patta e posa la pesca sull’inguine. L’inquadratura segue quasi ferma i movimenti di Elio, poco dall’alto, come fosse un adulto (Oliver?) che seguisse con divertito e malizioso interesse la scena, senza morbosità ma con la dovuta carica sensuale, mostrando quasi solo il busto del ragazzo. Il carico di voglia per Elio è enorme e infatti dopo pochi secondi l’espressione del volto ci indica che ha raggiunto l’orgasmo. Toglie la pesca, l’appoggia su un comodino e la macchina da presa indugia per alcuni secondi sul frutto, mentre il ragazzo si gira di letto e si addormenta.


In questi 3 minuti e mezzo c’è tutta l’essenza sensuale dell’adolescenza, la voglia di scoprire, soprattutto di assaporare e farsi assaporare, di mescolare gli umori, di sporcarsi. Lo stacco successivo segna un cambio temporale — è quasi sera, la stanza è più buia — ma anche di sguardo: l’inquadratura è più aperta, più oggettiva dopo la quasi intimità delle precedenti. Arriva Oliver che vedendo il ragazzo dormire si toglie la maglietta e si avvicina al letto. Comincia un breve scambio di baci sul corpo, ripreso sempre a una certa distanza, che s’interrompe quando Oliver vede la pesca sul comodino. La prende e vede subito che non è più solo un frutto, ma è diventata un gioco erotico. La sua reazione è ironica, maliziosa e divertita — come lo sguardo che la macchina da presa aveva in precedenza — e vorrebbe giocare con quella pesca, berne il contenuto, mangiarla, ma Elio non vuole, è imbarazzato e dopo un breve contrasto si piega sul ventre di Oliver e piange. L’uomo posa la pesca abbracciando e accarezzando Elio, capendone i sentimenti: non è lo sperma nella pesca a farlo stare male, ma il tumulto di sentimenti e indirizzi sessuali fino a quel momento inespressi o incerti. Si baciano e si abbracciano, l’inquadratura torna ravvicinata, intima.

L’ultima scena della sequenza è la più breve, tutta notturna: una dissolvenza incrociata conduce a un albero, è sera e i due sono su un terrazzino nella serata estiva, parlano dei loro primi sguardi, dei segali che (non) si sono mandati, si ritorna all’imbarazzo della scena precedente, si baciano. La macchina da presa segue tutto con una carrellata avanti piuttosto dolce, che arriva fino a riprendere solo i busti dei protagonisti (come solo il busto era presente all’inizio della prima scena della sequenza), il rumore degli alberi accoglie il loro bacio e l’abbraccio. Un’altra dissolvenza incrociata ci porta alla mattina seguente, un letto e una mano che tocca il lato vuoto: è quella di Elio, che ha passato la notte in camera con Oliver.

Con una densità eccezionale tra il minimo numero di elementi presenti su cui è costruita e il significato che ognuno di questi elementi ha o assume su di sé grazie proprio agli elementi filmici (l’inquadratura, la luce, il montaggio e l’ambientazione che assume portato quasi impressionista), la sequenza mostra la grazia e l’altezza d’ispirazione di Guadagnino che — per chi scrive -ha raggiunto con questo film un grado di maturità, di precisione di gesto, di ricchezza poetica che si spera possa aprirgli le porte anche di chi finora lo ha sempre disprezzato o quantomeno sottovalutato.

https://www.youtube.com/watch?v=yY1Y3R0wVRQ

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