Senza categoria

Cronache proletarie dall’Hotel Supramonte

E se vai all’Hotel Supramonte e guardi il cielo
tu vedrai una donna in fiamme e un uomo solo
e una lettera vera di notte falsa di giorno
e poi scuse accuse e scuse senza ritorno
e ora viaggi ridi vivi o sei perduta
nel tuo ordine discreto dentro il cuore
(Hotel Supramonte, Fabrizio De André, 1981)

FABRIZIO DE ANDRÉ

“Noi ne siamo venuti fuori, mentre loro non potranno farlo mai”. Quando il 23 dicembre 1979, in casa del fratello Mauro, i giornalisti raccolsero la sua testimonianza poco dopo la liberazione dal rapimento, Fabrizio De André disse queste parole. Quasi quattro mesi di prigionia non avevano cambiato la mente del cantautore genovese, anzi ne avevano rafforzato gli ideali di perdono, umanesimo sociale, convinzione di una lotta di classe senza ideologia, possibilmente anarchica. Gli unici che non perdonò De André furono infatti i mandanti del rapimento, tra cui un veterinario toscano e un assessore sardo del PCI, perché benestanti, agiati professionisti. La base dell’Anonima Sequestri, gli esecutori, la manovalanza erano a loro modo degli operai e dei proletari.

La prigionia di De André e di Dori Ghezzi cominciò il 27 agosto e i due prigionieri la raccontarono in 5 settimane per il settimanale Gente, ma cosa fu per il cantautore quella prigionia? L’animo libero rinchiuso e costretto prima, in modo sottile, da industria e società e poi da carcerieri criminali che invece, paradossalmente, lo liberarono dentro. Il Principe libero, come si intitola la fiction in due parti che Rai 1 ha mandato in onda per raccontare la vita di Faber utilizzando come motore proprio il rapimento. Quei 120 giorni circa che sconvolsero il suo mondo come racconta anche il libro di Raffaella Saba Hotel Supramonte. Fabrizio De André e i suoi rapitori.

De André amava profondamente la Sardegna fin da quando nel ’68 approdò a Portobello di Gallura. Così profondamente che per circa 8 anni non riuscì a smettere di pensare all’isola: “La vita in Sardegna è forse la migliore che un uomo possa augurarsi: ventiquattro mila chilometri di foreste, di campagne, di coste immerse in un mare miracoloso dovrebbero coincidere con quello che io consiglierei al buon Dio di regalarci come Paradiso” disse. Anche perché la vita nelle città settentrionali, tra Genova e Milano, era diventata asfissiante tra i grandi successi discografici, le crisi personali e sentimentali, i turbamenti psicologici che lo portavano lontano dal palco, negandosi ai concerti fino alla metà degli anni ’70. Concerti che dal ’75 in poi furono sempre più trionfali (la tournée con la PFM è un vero e proprio monumento alla musica italiana degli anni ’70) e che diventarono quasi un’ossessione da cui sembrava necessario prendere una pausa, di tanto in tanto.

La Sardegna significava pace per De André, era il luogo dove poter cominciare una vita nuova: il rapporto con Dori, cominciato un anno prima del divorzio dalla signora Rignon, era quello di una vita, l’attesa della sua seconda figlia, Luvi (Luisa Vittoria), metteva a dura prova il rapporto con il primo figlio, Cristiano, avuto dalla prima moglie e le campagne sarde potevano aiutare anche a ricostruire i rottami di una vita che non si voleva buttare. Così nel 1976, De André si trasferì a L’agnata, un appezzamento di terra nelle colline di Tempio Pausania in provincia di Olbia. Il maldeisardi, come lo chiamava lui, guarì grazie al contatto con la natura e la realtà locale: conoscere il luogo più periferico d’Italia e proprio per questo il più incontaminato, lavorarne la terra e costruire una fattoria, ma anche cercare di conoscerne e capirne le dinamiche politiche, sociali e culturali. Quel preciso punto della Sardegna, situato a Nord, lontano dalle coste mondane che cominciavano in quell’epoca a essere invasi dalla ricchezza turistica era un luogo isolato, ma anche un punto di osservazione privilegiato e distaccato di un mondo, del suo funzionamento, delle sue dinamiche peculiari. Voleva stare lontano dal mondo, o meglio voleva conoscerne un altro. E lo conobbe con una profondità che non si sarebbe mai aspettato: come una prigione.

“In questo luogo ho speso tutti i soldi che sono riuscito a risparmiare, una terra che lavoro anche con le mie mani e un giorno lascerò ai miei figli, perché non avranno molto dai diritti d’autore delle canzoni del padre”. Oltre a L’agnata, infatti De André comprò altri due appezzamenti in quella zona, che lavorò, tramutò. E l’arrivo di un divo della musica e dei suoi investimenti non passò certo inosservato: l’Anonima sequestri cominciò a spiare Faber e i suoi movimenti per poter agire con la sicurezza con cui poi effettivamente agirono. Non erano i soli a spiarlo però.

Dal 1969 infatti, i servizi segreti tenevano d’occhio il cantante sospettato di simpatie con le frange estremiste dell’attività politica: era bastato che un suo conoscente di simpatie marxiste/leniniste fosse indagato dalla Procura nel primissimo filone d’inchiesta per la strage di Piazza Fontana (che poi finirà su strade lontanissime dalle piste rosse e anarchiche) per far scattare il controllo del SISDE. “Simpatizzante delle BR” fu definito dai Servizi — il cui ruolo nella strategia del terrore di quegli anni di piombo è poi venuto alla luce, tentativi di golpe compresi — e per questo spiato. De André era divenuto in qualche modo già un prigioniero a piede libero dello Stato prima ancora che l’industria discografica tentasse di imprigionarlo a sé stesso e al proprio talento: come i discografici, la Repubblica valutava ogni sua mossa, la etichettava, la classificava. Se non c’era nessuna prova di attività politica, significava che il soggetto era molto bravo a nasconderla; le sue frequentazioni — politiche e non — erano valutate come pericolose in base a presunte organizzazioni anarchiche (che Faber non rinnegò mai, in verità, come dimostrano donazioni e finanziamenti a Rivista anarchica) e filo-cinesi; lo stesso acquisto degli appezzamenti di Tempio Pausania era interpretato come volontà di costruire rifugi sicuri per gli appartenenti alla sinistra extra-parlamentare.

LA COPERTINA DI “FABRIZIO DE ANDRÉ”, ANCHE DETTO “L’INDIANO”

Dell’attività di spionaggio e schedatura nei suoi confronti, interrotta solo dopo il rilascio dei rapitori, De André e la compagna vennero a sapere solo nel ’99, ma l’artista fiuta l’aria meglio di un segugio e nel 1973, con l’album L’impiegato, sembrò in qualche modo rispondere a quella sensazione di oppressione da parte del potere: il suo primo album dichiaratamente politico (“Quando è uscito volevo bruciare il disco. Era la prima volta che mi dichiaravo politicamente e so di aver usato un linguaggio troppo oscuro, difficile, so di non essere riuscito a spiegarmi”) in cui raccontava la storia di un impiegato che dopo il maggio francese si ribella e sceglie la via individualista e violenta, riflettendo su come il terrorismo, la politica delle bombe rafforzi la società borghese anziché distruggerla. Il bombarolo e La bomba in testa parlano chiaro, non sono affatto oscure come pensavano gli autori — tra cui alle musiche Nicola Piovani — e Verranno a chiederti del nostro amore non potrebbe essere più struggente di così. Eppure il potere è sordo e cieco alla verità.

E il potere si nutre anche tramite i media: quando furono Faber e Dori furono rapiti in molti pensavano si trattasse proprio delle Brigate rosse o comunque legato alla pericolose relazioni del cantautore. Ma siccome mancavano proprio gli elementi tipici di un azione brigatista, come il clamore mediatico, si pensò successivamente che l’immediata mancanza di notizie e testimoni fosse sintomo di un allontanamento volontario, come un’artista in crisi di ispirazione. E invece i rapitori furono bravissimi ad agire alle 23, dopo una giornata in cui casa De André era piena di gente e poco prima che la coppia andasse a letto. Erano quattro i carcerieri, tre presero la coppia e la portarono sui monti, il quarto li aspettava nella tana all’aperto che fu la loro prigione. Per la prima volta, le prigioni sottili della società borghese di Genova e dintorni, del mondo dello spettacolo che cercava di corrompere le velleità artistiche, dello Stato che come una sabbia mobili stringe di più se più cerchi di ribellartene, divennero prigioni fisiche, reali, concrete. Il luogo in cui De André visse come paradiso di pura libertà, ovvero i boschi e le campagne sarde, divennero teatro di 4 mesi di cattività. I monti della provincia di Sassari sono galere a cielo aperto, senza mura né grate, e per il primissimo periodo non c’era nemmeno il sole a scacchi visto che i rapiti erano costretti a portare pesanti cappucci, una tortura da cui, dopo suppliche, furono liberati poco dopo. Quello che avevano erano salsicce e scatolame, acqua ovviamente, tende per coprirsi e fuoco per scaldarsi quando arrivò l’autunno freddo di montagna, e il rapporto con gli esseri umani. Senza quel tipo di complicità, De André con i suoi carcerieri parlava come il secondino con Don Raffaè: di politica, soprattutto, capendo le differenze, solo dalle sfumature di voce e dialetto, tra mandanti ed esecutori, borghesi e proletari, padroni e operai. E lo capì anche dall’insistenza che i primi avevano nel parlare di soldi, denaro e riscatto, conducendo da un lato la trattativa con il padre di Fabrizio (quello ritratto un po’ impietosamente in Canzone del padre, che rielabora la “prigionia” del lavoro scolastico, in una delle scuole del padre, con autobiografica ironia) e dall’altro cercando di ingannarlo sulla realtà di quella trattativa, per costringerlo a forzare la mano scrivendo al genitore (la “lettera vera di notte e falsa di giorno” di cui parla la canzone in esergo, le “scuse accuse e scuse senza ritorno”).

Ma soprattutto aveva Dori: in quei quattro mesi di cattività, Fabrizio e Dori si trasformarono in animali in gabbia, le loro necessità e priorità passavano dai loro corpi, dalla sensualità sporca e cruda. Il freddo a cui non pensavano di sopravvivere, la lentezza della contrattazione, la disperazione di chi sa che non ha molto da vivere e nulla più da perdere divenne la chiave per sperare, l’appiglio per poter sopravvivere. Sesso animalesco, voglia di sentirsi e assaporarsi, di mettere alla prova quei sensi che le catene e gli stenti stavano appannando. E alla fine da quella prigione emerse più consapevole, liberato. Ancora più attaccato di prima a quella Sardegna, che forse stavolta aveva capito fino in fondo.

Prima venne liberata Dori, il 20 dicembre alle 23, ventidue ore dopo i rapitori rilasciarono Faber. 550 milioni il riscatto. Ma De André aveva promesso altri 50 milioni dopo la liberazione e si premurò personalmente di onorare quella promessa. Non era solo questione di parola e onore, quanto di comprensione della dimensione politica dell’Anonima sarda e della sua prigionia: fin da subito, le prime parole di De André furono di vicinanza alle prime vittime del sequestro, i suoi rapitori, che perdonò immediatamente, arrivando a non costituirsi parte civile al processo e a firmare la richiesta di grazia per uno dei condannati. Quei 50 milioni erano il riconoscimento di una questione di classe. Ma per liberarsi davvero, De André ebbe bisogno di un’elaborazione personale un po’ più profonda. Arrivò nel 1981, con l’album senza nome che alcuni chiamano Fabrizio De André ma quasi tutti chiamano L’indiano.

Un disco dedicato alla Sardegna, precisamente al popolo sardo, raccontato in parallelo con i nativi americani, entrambi minacciati dall’esterno in senso letterale o metaforico e politico. Hotel Supramonte (che era il nome in codice delle tane dei rapitori) nasce da Hotel Miramonti di Bubola — all’epoca sodale di De André — e rielabora poeticamente la prigionia e il rapporto con la futura moglie (“ora viaggi, ridi, vivi o sei perduta (…) Sul tuo corpo così dolce di fame, così dolce di sete”). Ma il vero gioiello dimenticato del disco, che testimonia il senso della prigionia di Faber è Franziska, ballata dal vago sentore messicano in cui descrive uno dei suoi rapitori, la sua povertà, la sua vita disperata in fuga dallo Stato e dalla Legge attraverso gli occhi immaginari della sua donna: un ritratto acuto, venato di malinconia e pietas, ma anche di coscienza, di romanticismo antico. Antico come i monti da cui una volta per tutte, Faber si liberò da tutte le sue prigioni.

https://www.youtube.com/watch?v=9uKpvwvRE6U

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...