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E se l’American Way of Life fosse l’antidoto al degrado culturale americano?

THE GREATEST SHOWMAN

(originariamente pubblicato sul n.1 di SediciNoni)

Sarà anche banale pensarlo e soprattutto scriverne, ma mi pare evidente che l’elezione di un personaggio come Donald Trump segni profondamente una cultura e le sue rappresentazioni: un divo dell’industria prima e della tv poi, un uomo che ha fatto della provocazione e della mancanza di senso istituzionale le paradossali armi con cui è arrivato al potere, legittimando l’ignoranza di una parte di popolazione e titillando i sogni perversi di chi voleva semplicemente vedere “l’effetto che fa” vedere un tizio simile nella stanza dei bottoni “più grossi”. Un uomo del genere scatena reazioni.

Ma se si affronta un muro di gomma, scagliarglisi addosso non ha senso, si finirebbe rimbalzati a terra: le campagne di attori e registi hollywoodiani, le battaglie per un cinema meno bianco e meno maschilista (con una paladina liberal come Oprah Winfrey a riunire le due cause) sembrano non avere effetto su di un uomo che non sa leggere né scrivere se non tweet discutibili. Tanto il movimento #OscarSoWhite — sorta di diminutio di Black Lives Matter — che premiò Moonlight di Barry Jenkins, quanto il movimento #MeToo che dalla questione molestie e abusi di potere si è spostata a una battaglia a tutto campo sulla parità salariale (ma come vessillo filmico ha per ora solamente il tiepido Wonder Woman di Patty Jenkins: un curioso caso di omonimia), sono riusciti a creare molto rumore, ma anche la sensazione che la battaglia non sia politica ma solo politicamente corretta, aumentando la polarizzazione del discorso — anche se il gradimento del presidente ha perso il 9% dal giorno della sua elezione — anziché cambiare davvero le carte in tavola.

Come scalfire però un pachiderma del pensiero assente come Trump? Lavorandolo ai fianchi, scalfendo il senso della sua presidenza e battendolo sul suo stesso campo da gioco: il patriottismo reale e presunto, l’americanismo nelle parole e nei fatti. Ed è il cinema che viene in soccorso alla società americana. A dicembre infatti sono usciti in Italia, ma anche negli USA, due film che attraverso le forme dell’avventura animata o del musical paiono riportare in primo piano gli elementi fondanti dell’American Way of Life, ovvero lo stile di vita americano fatto di libertà e ricerca della felicità che ha permeato il cinema hollywoodiano da quando lo si può dire classico — dalla fine degli anni ’10 del secolo scorso — e che ha raccontato al mondo la storia e la cultura americana meglio di ogni altro libro o saggio con il mito del sogno americano, dell’uomo che si fa da solo, della seconda possibilità. Del capitalismo prima di tutto come orizzonte morale più che economico.

The Greatest Showman di Michael Gracey è praticamente un manuale a uso e consumo dei giovani su quale sia questo benedetto stile di vita americano a partire dai motti, tipicamente americani, There’s no business like showbusiness (non c’è business come lo spettacolo, dal titolo originale del film musicale Follie dell’anno di Walter Lang, 1954) e The show must go on (lo spettacolo deve continuare) frase che deve i suoi natali al circo del 19° secolo. E proprio di circo del 19° secolo parla il film di Gracey: racconta di Barnum (Hugh Jackman), in pratica l’inventore del circo moderno, delle sue intuizioni e della costruzione del suo impero basato sulle attrazioni, sull’inclusione di minoranze e reietti della società, della capacità di manipolare il mercato e l’opinione pubblica attraverso un fiuto straordinario per il marketing e la pubblicità.

L’ostinazione di un grande creativo nel perseguire il proprio sogno, la seconda possibilità, la scala sociale come punto essenziale del sogno americano, l’importanza culturale nel sistema dello spettacolo di marketing e promozione, l’inventiva al servizio di un capitalismo gioioso, personale, al servizio della felicità dello spettatore. Gracey sfodera un film ideologicamente vecchio stile senza forzare la mano della “propaganda”, consapevole di una forma di conservazione sana rispetto alle arie che tirano nel suo Paese e che portano a una forma di paradossale progressismo: i temi della diversità, dell’identità, della necessità del crogiolo etnico e sociale non sono un alleggerimento o una concessione, ma vi sono strettamente legati.

Potrà sembrare un assunto ideologico ed emotivamente freddo quello alla base del film di Gracey, ma The Greatest Showman ha dalla sua la giusta coerenza tra il discorso e la forma che gli si è dato: ossia quella del grande spettacolo popolare, in cui “le dimensioni contano”, con le coreografie che indicano una via opposta rispetto all’intimismo esistenziale di La La Land (con cui condivide gli autori delle canzoni). Bigger is better, più grande è meglio è e le canzoni ammiccano al pop radiofonico più accattivante, con ritornelli che si stagliano come inni, proprio per suggellare l’intera identità del film. The Greatest Showman racconta la necessità di ristabilire l’essenza dell’essere statunitense, i pilastri di una cultura e di un’identità che la politica contemporanea ha stravolto, in una forma scintillante e capace di coinvolgere le masse. Un modo di fare cinema politico attraverso la malia del musical. Un modo furbo, ma per nulla disonesto perché non c’è realizzazione personale senza avanzamento nei diritti di una comunità.

COCO

Che è precisamente ciò di cui parla Coco, il recente film Disney/Pixar diretto da Lee Unkrich e Adrian Molina. Fin dall’ambientazione sembra dichiarare il proprio intento: il Messico nel Giorno dei morti, quel Messico da cui l’America trumpista vorrebbe dividersi, costruendo muri da far pagare agli stessi messicani. E in questo Messico anche Miguel come Barnum, e come ogni americano che si costruisce da solo la propria fortuna, ha un sogno, quello di diventare musicista. E come ogni americano la cui storia merita di essere raccontata, questo sogno è ostacolato, ma qui il nemico non è affrontabile, perché non ci si può scontrare con la propria famiglia: è infatti l’intero albero genealogico di Miguel, in vita o meno, a non volere che il bambino imbracci la chitarra per questioni legate a un vecchio avo. E proprio questo vecchio avo andrà a cercare Miguel nell’aldilà.

Come ogni film d’animazione, specialmente se targato Disney che con i sotto-testi è sempre andata a nozze per parlare tanto ai bambini quanto ai loro genitori, ha differenti strati ed elementi significativi che si aprono a varie profondità: per esempio, il ruolo del ponte. In un paese che vive con l’incubo di un muro, Coco racconta di un magnifico ponte di fiori e luce che collega il mondo dei vivi e quello dei morti (“Costruite ponti, non muri” disse due anni fa Papa Francesco, sud-americano non a caso), così come il film stesso è un ponte tra la cultura latino-americana e quella anglo-sassone, tra Stati Uniti e Messico. Ma è anche un ponte tra l’individuo e la società, elemento quest’ultimo che la politica del nuovo presidente americano non è particolarmente in simpatia, a meno che non sia una società per azioni.

Coco infatti è un film in cui si racconta della lotta tipicamente americana per l’affermazione dell’individuo, dei suoi sogni e delle sue necessità immateriali e gli autori ci tengono a sottolineare la profonda paternità statunitense del concetto mettendo in scena una gara canora strutturata come un talent-show, vedendo in questa forma di spettacolo televisivo (a ogni epoca quindi il suo circo) il baluardo contemporaneo dell’individualismo americano. Ma l’individualismo contemporaneo se non vuole morire nell’ideologia del selfie — o appunto del tweet -, se non vuole diventare chiusura onanistica (e si rimpiange quasi l’edonismo di Reagan), se non vuole essere spazzato via nel confronto a chi ce l’ha più grosso (il bottone, come nei surreali battibecchi tra il presidente e il dittatore nord-coreano Kim Jong-un, prima della loro storia d’amore) ha bisogno di una comunità, di un bisogno collettivo a cui affiancare quello individuale. Senza il sostegno di pilastri forti, nessuno si innalza al cielo sembra dire Coco, e quei pilastri sono la famiglia, appunto, e il ricordo, la memoria degli altri, la presenza stessa degli altri e del loro insegnamento. Della Storia, quindi.

L’American Way of Life torna a essere allora un punto di riferimento irrinunciabile per gli americani con cui affrontare il degrado politico e culturale del loro paese, affermare l’essere americani, il senso di appartenenza a una cultura e ai suoi fondamenti politici contro chi quell’identità rischia di tramutarla in burletta o peggio, in macerie fumanti. Come negli anni ’50, del dopo-bomba e della minaccia comunista, negli anni ’10 del 21° secolo il cinema americano riafferma la fierezza della propria bandiera contro il nemico interno, che stavolta — e fosse la prima — è il loro comandante in capo. Ma nella società dello spettacolo che ha superato ogni profezia di Debord, non sarà la dialettica politica a sconfiggerlo, ma forse saranno una canzone e un film ben assestati.

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